Edizioni Cappelletti ottobre 1981
Domenica di festa, di campionato
o d’osteria, nelle cantine d’Irpinia.
I nostri figli, i figli di questa terra
sono lontani, oltre le Alpi, oltre l’oceano;
li sorregge soltanto una speranza antica
e la promessa di una donna che dietro l’uscio
forse li aspetterà.
Paesaggio caotico, anarchico
nella città di Napoli;
è la festa di tutti i giorni
per chi la può capire,
per rispondere in maniera strana, originale
ai potenti che vengono dalla capitale,
e mentre lo scugnizzo bacia la mano a Gava
l'altro gli ruba il portafogli di tasca e ringrazia.
Nella Lucania lontana, sperduta,
abbandonata anche
dalla coscienza del capitale,
esiste un mondo povero, circoscritto, ancestrale.
Attorno al focolare domestico sono riuniti
vecchi, donne e bambini, mentre più accanto
il mulo si sta riposando, sfinito e stanco.
Sono le 19.35: è l’ora fatale.
E’ un boato che precede un sussulto infernale.
In pochi secondi il paesaggio cambia,
la calma scompare.
Volti sgomenti, urla strazianti
Mani tese in cerca d’appiglio.
Mani giunte per pregare.
Mani bianche aperte al cielo
dopo l’ultima battaglia
che ha straziato il velo.
Pugni chiusi dalla rabbia impotente.
E’ il destino di questa gente
che implacabile toglie loro
anche quel rassegnato decoro.
Il destino, questo mostro strano,
quest’essere sovraumano
che non dirige mai i suoi colpi
agli ingiusti, agli ingordi.
E intanto arrivano i soccorsi
e i politici coi soldi
porteranno ancora cibo e speranza
affinché continui sempre la loro danza.
In questa terra
dove la mano degli speculatori,
dei camorristi e mafiosi imprenditori,
ha tracciato un solco profondo
e fatto correre fiumi di lacrime e sangue,
un popolo piange
e grida vendetta.